L’evoluzione dell’uomo: la teoria della scimmia acquatica

Nel corso dell’evoluzione dell’uomo un nostro antenato conduceva una vita acquatica? E’ quanto afferma una teoria più volte formulata nel corso dei decenni e che non può che fare breccia nei cuori di chi, come noi, vive il mare come una seconda casa.

La teoria della scimmia acquatica

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Proposta inizialmente nel 1942 dall’anatomista tedesco Max Wastenhöfer, la teoria della scimmia acquatica fu poi riformulata dal biologo marino Alister Hardy nel 1960 e da allora sostenuta da un poco folto numero di scienziati che mettono in dubbio le classiche teorie sull’evoluzione dell’uomo.

Secondo tale teoria l’uomo, durante la sua evoluzione, sarebbe stato spinto dalla competizione alimentare con le altre specie a spostarsi sulle rive, procurandosi il cibo in acqua e conducendo una vita simile a quella di otarie o lontre, dipendenti dall’acqua per il cibo ma legate alla terraferma per molti bisogni primari. Durante questa fase, per effetto di questo stile di vita, avrebbe sviluppato alcune caratteristiche tipiche della specie, che lo distinguono da ogni altro primate sulla terra.

Gli elementi principali a sostegno della teoria della scimmia acquatica sono legati a questi aspetti:

    1. pelle nuda Clicca qui
    2. grasso sottocutaneo Clicca qui
    3. andatura bipede Clicca qui
    4. controllo della respirazione e abilità linguistiche Clicca qui
    5. milza di forma lobulata Clicca qui

Pelle nuda

A ben vedere l’uomo è l’unica scimmia a non avere una folta pelliccia. Perchè? Quale evento nella nostra evoluzione ha spinto per selezionare individui che mancassero, quasi completamente, della pelliccia? La spiegazione fornita dalle teorie tradizionali è che l’uomo avrebbe perso la pelliccia come risposta ad uno stile di vita di cacciatore diurno nelle assolate pianure africane, dove l’elevato surriscaldamento del corpo dovuto alla corsa avrebbe necessitato di un sistema più efficiente di raffreddamento del corpo.

Questa spiegazione è certamente plausibile, però è quantomeno curioso che non esista in natura un solo altro caso in cui ciò sia accaduto. Tra i mammiferi, infatti, gli unici animali a non avere il pelo sono i mammiferi acquatici. Esistono solo 3 eccezioni: gli elefanti, i rinoceronti, e la talpa nuda (Heterocephalus glaber) che vive tutta la vita sotto la terra. Bene, direte voi, quindi esistono mammiferi terrestri senza pelo, perchè attaccarsi tanto a questa inezia? Benissimo, risponderebbe Hardy, perchè si è in effetti osservato che sia gli elefanti che i rinoceronti hanno avuto, nel corso della loro evoluzione, un antenato dalle abitudini acquatiche!! E qui casca l’asino. Tolto il caso della talpa nuda, che seppur simpatica credo faccia poco testo in questo discorso, di fatto l’unico esempio concreto di pressione selettiva rivolta alla perdita del pelo nei mammiferi è rappresentato dall’avere avuto almeno un antenato con abitudini acquatiche. In acqua infatti il pelo è di contrasto al nuoto e altri sono i meccanismi più efficaci per difendersi dalla dispersione del calore.

Grasso sottocutaneo

In quasi tutti i mammiferi marini (foche, balene, delfini, lamantini etc..) la dispersione del calore è contrastata dalla presenza di uno spesso strato di grasso sottocutaneo, detto Blubber. In acqua il blubber rappresenta una protezione dal freddo e in molti animali anche una riserva di grasso per far fronte alle necessità.

Nell’uomo, unico caso tra i primati, è presente un medesimo strato di grasso, anche se meno consistente, che risulta particolarmente evidente nelle persone con problemi di sovrappeso.

In questo caso, comunque, la presenza del grasso sottocutaneo è collegabile alla perdita del pelo, con la necessità di sviluppare una protezione dal freddo alternativa. Secondo le teorie tradizionali infatti l’uomo avrebbe avuto bisogno di raffreddare il corpo durante il giorno con la sudorazione e di riscaldarlo di notte grazie al grasso sottocutaneo. Qui quindi il dilemma è di più difficile soluzione: se il pelo è stato perso per cacciare durante il giorno, il grasso si è sviluppato per far fronte alla notte. Se il pelo è andato perso per nuotare, il grasso l’avrebbe sostituito durante l’attività di pesca.

Andatura bipede

Qui la storia si fa davvero interessante. L’andatura bipede è forse ciò che più di tutto ci caratterizza, distinguendoci dai nostri parenti più prossimi. E capire come ciò sia realmente accaduto significa capire cosa ci ha trasformato in quella straordinaria creatura che siamo. La teoria tradizionale è forse tra le nozioni di scienza più conosciute al mondo: il cambiamento climatico, la scomparsa delle foreste, la comparsa delle pianure ricoperte di erba alta, la necessità di alzarsi in piedi per vedere oltre l’erba e scorgere i possibili predatori.

Ancora una volta i sostenitori della teoria “alternativa” propongono una visione differente, partendo da una osservazione: molte scimmie sono capaci di camminare erette per brevi tratti, alcune possono mantenere la posizione anche per tratti considerevoli, ma l’unico caso, l’unico, in cui tutti i primati stazionano esclusivamente in posizione eretta è quando sono in acqua. Uno scimpanzè, un gorilla, un orango, intenti ad effettuare un guado con l’acqua alla vita o al petto, camminano eretti per tutto il tempo che occorre loro ad arrivare dall’altra parte. La stazione eretta ci avrebbe permesso di raccogliere mitili e altri frutti di mare dagli scogli tenendo la testa ben fuori dall’acqua e col passare del tempo ci avrebbe poi avvataggiati nel nuoto, permettendoci di acquisire abilità uniche tra tutte le scimmie, con alcuni di noi che ancora oggi, dopo milioni di anni di vita sulla terraferma, ancora capaci di percorrere lo stretto della manica, o di immergersi ad oltre 50 metri di profondità senza l’uso di pinne o altri aiuti artificiali. Indubbiamente nessuna scimmia può vantare record simili, e questo è semplicemente un fatto.

Controllo della respirazione e abilità linguistiche

La capacità di comunicazione dell’uomo è straordinaria, eccezionale…ma non unica. Esistono altre specie capaci, a quanto pare, di un linguaggio complesso e articolato. Tale capacità è legata al possesso di due requisiti fondamentali: doti cerebrali notevoli e capacità di controllo della respirazione molto raffinata. Ancora una volta capacità simili, e risultati paragonabili ai nostri, arrivano non dai nostri cugini più prossimi, ma dai mammiferi marini. Balene, orche e delfini sono noti per le loro grandi capacità mentali, secondo alcuni paragonabili alle nostre, e per l’adozione di linguaggi fonetici accurati e complessi. Io stesso, quando lavoravo come addestratore di mammiferi marini, rimasi sorpreso dal livello eccezionale di comunicazione verbale tra questi animali. Sicuramente per un mammifero marino o acquatico in genere il controllo della respirazione è fondamentale per la sopravvivenza; se questo sia sufficiente per stabilire un legame indiscutibile tra la vita acquatica e la nascita del linguaggio parlato, questa è forse questione di sensibilità.

Milza di forma lobulata

Il primo (e forse unico) a considerare il dettaglio della forma della milza, che negli uomini è lobulata come nei mammiferi marini, fu proprio Max Wastenhöfer nel 1942. Da quel momento nessuno ci ha più badato molto. E invece oggi sembra il dettaglio più interessante dal momento che proprio la milza è stata messa in relazione alle straordinarie capacità apneistiche del popolo Bajau. I Bajau, o zingari del mare, sono un popolo che abita le acque di Filippine, Indonesia e Malesya. Le loro doti nella pesca subacquea sono sovraumane, potendo rimanere oltre 10 minuti senza respirare. Il segreto? è proprio nella milza, che è del 50% più grande del normale. Anche foche e altri mammiferi marini beneficiano di milze molto grandi, che rappresentano una riserva di sangue supplementare durante le apnee. I Bajau hanno questa modifica scritta nel DNA, un gene modificato che li rende quasi dei mammiferi marini. Era già presente, questo gene, nei nostri antenati acquatici? Sempre ammesso che siano mai esistiti…

In conclusione

Di sicuro tra l’uomo e il mare esiste un legame estremo, un richiamo che pochi ambienti sono in grado di esercitare così forte, intenso, quasi fisico. Se questo sia dovuto ad un passato ormai dimenticato, se sia, come riteneva Boudelaire, che il mare ci è semplicemente specchio, qualunque cosa sia, immaginare un mondo in cui il mare era la nostra casa non può che essere un pensiero felice per tutti noi col sale nelle vene. Tornando ai Bajau, un documentario della BBC a loro dedicato terminava così: “l’idea che l’uomo possa essere considerato anche un mammifero marino non è così una forzatura, dopotutto”. Questo è il pensiero che voglio portarmi sempre dietro.

Bibliografia:

Fai clic per accedere a Hardy%20Article.pdf

https://books.google.it/books?hl=it&lr=&id=KX5XuWYKsLYC&oi=fnd&pg=PP2&dq=+aquatic+ape&ots=sbzTo6l2hM&sig=oRd9VJZG26BAP3zyTrs_C5hV2Xs#v=onepage&q=aquatic%20ape&f=false

Der Eigenweg des Menschen:  Max Westenhöfer Mannstaedt, 1942 – 396 pagine

Licenze immagini:

https://creativecommons.org/publicdomain/zero/1.0/ (immagine 1)

https://creativecommons.org/licenses/by/2.5/deed.en (immagne 2)

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